Il Mistero della Nave Bianca: Tra Lovecraft e la Tragedia Inglese
La tragedia, la perdita e l’eco del destino

Omicidio o fatalità? L’ombra nascosta della storia e della fantasia

Case maledette, abissi e cosmi indifferenti: come Poe e Lovecraft usano lo spazio per creare l’orrore più profondo e duraturo
PARTE I – Lo spazio come anima: dal gotico romantico all’orrore ontologico
Nel cuore della letteratura dell’orrore pulsa una domanda antica quanto l’uomo: che cosa rende un luogo spaventoso? Non è forse la presenza di mostri, né il sangue, né l’evento violento in sé. In Edgar Allan Poe e Howard Phillips Lovecraft lo spazio diventa qualcosa di più profondo: un’estensione dell’essere, una struttura ontologica che precede l’azione e determina il destino dei personaggi. Case, pozzi, mari, cripte, città e universi non sono semplici scenografie, ma organismi viventi, capaci di trasmettere paura prima ancora che essa venga nominata.
Per comprendere questo meccanismo è necessario tornare al gotico europeo del XVIII secolo, quando rovine, castelli medievali, tombe e abbazie abbandonate si imposero come reazione all’ordine razionalista del classicismo. I cosiddetti graveyard poets e i romanzieri gotici inglesi riscoprirono il Medioevo come luogo simbolico della memoria, della colpa e del sacro profanato. Lo spazio gotico nasce dunque come atto estetico, come intenzione: non descrive soltanto il mondo, ma lo deforma per suscitare inquietudine.
Quando Poe inizia a scrivere, questo linguaggio è già codificato. Tuttavia, egli lo trasforma radicalmente. Nei suoi racconti, il castello non è più solo un edificio, ma una mente murata; la stanza chiusa non protegge, ma opprime; il sotterraneo non nasconde, ma rivela. Poe stesso, nella Philosophy of Composition, insiste sull’importanza della “circoscrizione dello spazio” come strumento morale ed emotivo: lo spazio agisce come una cornice che imprigiona l’attenzione del lettore e lo costringe a guardare.
Questa idea trova una sintesi poetica in Eureka, il suo enigmatico poema in prosa cosmologica. Qui Poe anticipa una visione sorprendentemente moderna: l’universo come unità organica, in cui materia e spirito condividono la stessa essenza. L’Io non è separato dal cosmo, ma ne è il centro vibrante. Tale concezione si traduce narrativamente nella dissoluzione dei confini: tra vita e morte, tra interno ed esterno, tra corpo e architettura. Il crollo finale della Casa Usher non è solo un evento fisico, ma un ritorno all’origine, una regressione uterina e sepolcrale insieme.
Lovecraft raccoglie questa eredità, ma la rovescia. Dove Poe cerca ancora un’unità perduta, Lovecraft afferma la frattura insanabile. La sua visione è radicalmente nichilista: l’universo è indifferente, ostile non per malvagità ma per totale mancanza di interesse. Gli spazi lovecraftiani – oceani senza fondo, città ciclopiche, angoli interstellari “tra gli spazi” – sono progettati per umiliare l’intelletto umano. Non esiste cornice che possa contenerli.
In una celebre riflessione teorica, Lovecraft afferma che l’orrore autentico nasce da una sensazione di “sospensione delle leggi della natura”. Lo spazio, dunque, non è spaventoso perché oscuro, ma perché incomprensibile. Un vicolo può aprirsi sull’infinito; una soffitta può contenere dimensioni non euclidee; una finestra può affacciarsi sul nulla cosmico. L’atmosfera precede la trama e la genera.
In entrambi gli autori, lo spazio può essere letto su due livelli intrecciati: interiore ed esteriore. I luoghi riflettono stati mentali, ma allo stesso tempo esercitano una pressione autonoma sulla psiche. Gaston Bachelard parlerebbe di una vera e propria topografia dell’anima: cantine, torri, corridoi e abissi come mappe del subconscio. Tuttavia, mentre in Poe il viaggio è spesso centripeto, una discesa nell’Io, in Lovecraft esso è centrifugo, una fuga verso l’alterità cosmica.
Nasce così una prima grande distinzione: il gotico claustrofobico di Poe contro l’orrore sterminato di Lovecraft. Eppure, questa opposizione è solo apparente. Il mare infinito può essere opprimente quanto una cella, e una stanza murata può aprirsi su abissi metafisici. È in questa ambiguità che si forma il vero orrore: quando lo spazio smette di obbedire alle categorie umane e diventa qualcosa di altro.
PARTE II – Discendere, murare, seppellire: la paura atavica dello spazio chiuso
Se l’infinito paralizza, il chiuso soffoca. Nella narrativa di Poe, lo spazio limitato è il laboratorio privilegiato della follia. Celle, bare, cripte, cantine e corridoi sotterranei non sono semplicemente luoghi di reclusione fisica, ma strumenti di tortura psicologica. Essi attivano una paura antichissima: quella di essere sepolti vivi, dimenticati, cancellati dal mondo.
Il pozzo e il pendolo rappresenta forse l’archetipo di questa angoscia. Il pozzo, circolare e senza fondo, situato al centro di una cella quadrata, è una ferita geometrica che sfida la ragione. La sua profondità non è misurabile: è una discesa verso l’ignoto, una catabasi che richiama miti antichi e simboli universali. Guardare nel pozzo equivale a guardare dentro se stessi, e ciò che si vede è insostenibile.
Questa discesa ritorna ossessivamente nei sotterranei di Poe: nel muro dietro cui viene murata la moglie ne Il gatto nero, nella cantina de Il barile di Amontillado, nelle tombe improvvisate che trasformano la casa in un sepolcro. La dimora domestica, luogo di protezione, diventa unheimlich, perturbante. Il familiare si corrompe. Il male non entra dall’esterno: nasce dentro.
Il concetto dell’“imp of the perverse”, il demone dell’autodistruzione, lega indissolubilmente personaggio e spazio. È lo spazio stesso a costringere alla confessione, a spingere il colpevole verso la rivelazione. La casa, come il corpo, non può contenere indefinitamente il segreto. Le mura parlano, i pavimenti battono, i mattoni gridano.
Lovecraft eredita questi motivi, ma li inscrive in una geometria impossibile. In The Dreams in the Witch House, le dimensioni della stanza sfidano ogni tentativo di misurazione. Il protagonista, come un geologo poeiano, cerca conforto nei numeri, ma scopre che la matematica non salva. Gli angoli non sono euclidei, le pareti conducono altrove. Lo spazio non è più solo chiuso: è ostile alla logica.
Qui emerge una seconda forma di paura: la paura cognitiva. Non è la prigionia fisica a terrorizzare, ma la comprensione improvvisa di qualcosa che non doveva essere compreso. Il Necronomicon incarna perfettamente questa idea: un libro che non imprigiona il corpo, ma la mente. Leggere significa oltrepassare una soglia irreversibile.
Ne La maschera della Morte Rossa, Poe unisce magistralmente chiusura e vastità. Il castello del principe Prospero è isolato dal mondo, sigillato contro la pestilenza. Eppure, al suo interno, il tempo e la morte si muovono liberamente. Le stanze colorate, disposte in modo caotico, creano un labirinto onirico che culmina nella sala nera e rossa: uno spazio liminale dove la vita è già contaminata dalla fine.
Lovecraft rielabora questo schema ne L’estraneo. Anche qui troviamo un castello gotico, ma verticale, stratificato come un inconscio architettonico. La creatura risale, attraversa ponti spezzati, foreste e chiese, per scoprire infine che l’orrore non è il mondo esterno, ma la propria immagine riflessa. Il viaggio spaziale coincide con una rivelazione identitaria devastante.
In entrambi gli autori, il sottosuolo è il luogo della verità. Cripte, templi sepolti, pozzi e tunnel conducono a culti antichi, divinità ctonie, radici dimenticate. Ne I ratti nei muri, Lovecraft scava sotto un priorato inglese per riportare alla luce un culto primordiale, legato alla Magna Mater. La casa moderna poggia su un orrore antico: la civiltà è solo una crosta sottile sopra l’abisso.
PARTE III – Mare, sogno e cosmo: lo spazio infinito e l’orrore dell’indifferenza
Se il chiuso genera panico, l’aperto genera annientamento. Lovecraft è il cantore supremo dello spazio vasto, oceanico e cosmico. I suoi mari non sono vie di commercio o avventura, ma bocche spalancate sull’origine. L’oceano è femminile, generativo e distruttivo, madre e tomba. In Dagon e L’ombra su Innsmouth, l’acqua richiama l’umanità verso uno stato preumano, anfibio, degenerato.
Ponti crollati e ferrovie abbandonate segnano la fine del dominio umano. La città costiera di Innsmouth marcisce man mano che si avvicina al mare, e la religione cristiana viene sostituita dal culto di Dagon. L’ordine è invertito: non è il mare a essere conquistato, ma l’uomo a essere riassorbito. La paura nasce dalla consapevolezza di non essere mai stati padroni.
Ne Il colore venuto dallo spazio, Lovecraft fonde cielo e terra in un’unica catastrofe atmosferica. Un’entità indescrivibile contamina l’ambiente, disgregando piante, animali e uomini. Il pozzo, ancora una volta, funge da epicentro: un varco attraverso cui l’alterità filtra nel mondo. La scienza, impotente, osserva e fallisce. Il sapere non salva: accelera la rovina.
Il sogno diventa allora un altro spazio privilegiato. In Il richiamo di Cthulhu, i sogni sono più antichi delle città, più veri della veglia. Le città oniriche di Polaris o La ricerca onirica dello sconosciuto Kadath non sono evasione, ma anticipazione. Il sogno prepara l’uomo all’orrore, lo allena all’inconcepibile.
Anche Poe esplora questa soglia. In Mesmeric Revelation, lo stato ipnotico sospende il corpo tra vita e morte, aprendo visioni cosmiche filtrate però da categorie umane. Poe tenta ancora di comprendere, di tradurre l’infinito in parole. Lovecraft rinuncia: ciò che sta oltre non può essere detto.
Case isolate, come ne La musica di Erich Zann o La strana casa alta nella nebbia, funzionano come fari invertiti: non illuminano, ma attirano l’oscurità. Finestre che non mostrano il paesaggio atteso, colline che emergono dalla foschia come isole metafisiche, libri che fungono da portali: tutto concorre a dissolvere la distinzione tra qui e altrove.
Alla fine, l’orrore spaziale di Poe e Lovecraft converge in una verità comune: non esiste rifugio. Né nella casa, né nella città, né nella mente. Il corpo stesso diventa luogo di atrocità, come ne Il caso del signor Valdemar, dove la materia si ribella alla forma e la morte non concede pace.
Il romanticismo, con la sua fiducia nell’immaginazione, sopravvive paradossalmente in Lovecraft, nonostante il suo anti-umanesimo dichiarato. L’immaginazione apre porte che sarebbe meglio lasciare chiuse. Ma una volta aperte, non possono più essere richiuse. Ed è per questo che, ancora oggi, questi racconti continuano a perseguitarci: perché lo spazio che descrivono è già dentro di noi.