I Sogni di Lovecraft
Molti studi su H.P. Lovecraft separano le sue opere in “racconti horror” e “ciclo dei sogni”. Ma questa è una divisione ingannevole e fuoriviante: in realtà, sia l’orrore che i sogni condividono lo stesso senso di estraniazione, quella weirdness che attraversa tutta la sua opera. Lovecraft non privilegia un genere sull’altro: la sua visione è unitaria, come spiega Gilles Deleuze, per cui il weird è “l’approccio a una coerenza che non è né nostra, né dell’Uomo, né di Dio o del Mondo”.
Per Deleuze, Lovecraft non è un pessimista misantropo, ma uno scrittore affermativo, un “sognatore noetico”: un materialista che pensa al di fuori dei limiti antropocentrici. Né filantropia né misantropia, ma ex-antropia: guardare l’universo senza ridurlo all’uomo.
Il volto, il linguaggio e la trasformazione dei tormenti
Fin da bambino, Lovecraft era tormentato da tic e da incubi con “night-gaunts”, creature senza volto. Non impazzì come i suoi genitori, ma trasformò queste paure nella scrittura. I sogni non erano sintomi di follia: erano strumenti di creazione.
Allo stesso modo, il linguaggio convenzionale viene messo in crisi. Parole come “Cthulhu” sono impossibili da pronunciare correttamente, e funzionano come intrusioni weird nel nostro linguaggio, nominando ciò che non può essere nominato, simili allo “Snark” di Lewis Carroll.
Hesperia: sogno e materialismo
Il sonetto Hesperia (da Fungi from Yuggoth) mostra come Lovecraft non fosse solo un autore di incubi: contrappone il mondo imperfetto e materiale a un mondo ideale, accessibile nei sogni di veglia e non solo nel sonno. Qui non c’è terrore, ma meraviglia, desiderio e bellezza. Il mondo materiale diventa terreno per l’immaginazione, mentre il sogno apre a intuizioni cosmiche.
Lovecraft ci mostra così tre lezioni:
L’ispirazione nasce anche nei momenti di declino e disgregazione.
Guardare all’orizzonte – ai confini della realtà ordinaria – permette di scorgere nuove possibilità.
La bellezza e il significato emergono dall’immaginazione, dai ricordi non personali, da ciò che chiamiamo “memoria senza luogo”.
In Lovecraft, il sogno non è fuga, ma cura: il nichilismo non è la soluzione, ma la malattia da cui ci salva l’immaginazione attiva.
The Ancient Track: il sentiero dei sogni
In The Ancient Track, il poeta segue un sentiero verso la vetta di una collina, aspettandosi il familiare, ma trova un panorama di passato morto e disordine. Il percorso verso il “spruzzo di stelle” è ancora aperto: la meraviglia convive con l’orrore, senza che l’umanità sia condannata. Ancora una volta, Lovecraft invita a seguire il “sentiero noetico”, il cammino della mente e dei sogni, più che quello del semplice piede.
Ex Oblivion: il cosmicismo come affermazione
Lovecraft era un ateo e un materialista convinto: il cosmo è indifferente, ma questa indifferenza non equivale a pessimismo. Nelle sue opere, il vuoto non è sterminio, ma plenum creativo: un terreno fertile da cui sorgono forme e visioni.
In Ex Oblivion, il protagonista attraversa un portale onirico e perde la sua identità, ma non in modo tragico: trova felicità nella fusione con l’infinito. La dissoluzione dell’ego diventa esperienza estatica, non disperazione. Così, il cosmicismo di Lovecraft non è pessimismo: è riconoscere che i nostri valori sono locali e temporanei, immersi in un universo materiale e creativo.
Quindi Lovecraft va letto come sognatore noetico, materialista onirico e platonista immanente. Orrore e sogno non si escludono, ma convivono: i suoi racconti ci guidano verso la meraviglia e l’estraniazione, verso un universo dove l’immaginazione è cura e rivelazione. In Lovecraft, la paura è reale, ma lo è altrettanto la bellezza del possibile.

