I richiami dell’indicibile
Lovecraft, il weird e le trasmissioni oscure dell’ignoto
C’è qualcosa, nelle storie di H.P. Lovecraft, che non si limita a inquietare. Non è solo paura, né semplice orrore: è una frattura. Un errore cosmico. Mark Fisher ha definito questo sentimento con una parola precisa: weird. Il weird non è ciò che è semplicemente strano, ma ciò che non dovrebbe esistere qui – e che, esistendo, rende improvvisamente inadeguate tutte le nostre categorie di comprensione del mondo.
Quando il weird irrompe, non è la cosa a essere “sbagliata”: siamo noi.
Dal perturbante al cosmico
A differenza del perturbante freudiano – che nasce dal ritorno del rimosso, dal familiare che si ripresenta in forma distorta – il weird lovecraftiano non ha nulla di rassicurante. Non riporta alla luce qualcosa che conoscevamo. Al contrario, divora il terreno stesso su cui poggia l’esperienza umana.
È come un improvviso cambio di figura e sfondo: ciò che credevamo stabile diventa incomprensibile, e lo sfondo – l’universo, la natura, la realtà – si rivela ostile, alieno, indifferente. In Lovecraft non c’è un mondo umano violato da un’anomalia: c’è un mondo umano che scopre di non essere mai stato centrale.
Ecco perché la follia è così ricorrente nei suoi racconti. I narratori lovecraftiani non impazziscono per ciò che vedono, ma perché ciò che vedono rende impossibile continuare a pensare come prima.
Il richiamo di Cthulhu
“Il richiamo di Cthulhu” è forse l’esempio più limpido di questa dinamica. Attraverso documenti, appunti, articoli di giornale e diari, il protagonista Francis Wayland Thurston ricostruisce una verità frammentaria: l’esistenza di un’entità antichissima, Cthulhu, e di una città sommersa che viola ogni legge della geometria e della percezione.
Qui Lovecraft tocca uno dei suoi vertici concettuali: la città non è descritta come un tutto, ma come un frammento che emerge dall’oceano. Un pilastro. Un angolo impossibile. Una superficie nera che non è assenza di luce, ma qualcosa di peggio: una oscurità attiva, che sembra avanzare verso lo sguardo.
È il momento in cui la conoscenza collassa. Le strutture razionali, scientifiche e linguistiche non riescono più a contenere ciò che si manifesta. Il mondo umano viene risucchiato in una forma di ipernaturalismo: la natura non viene distrutta, ma sostituita da qualcosa di radicalmente altro.
Sogni, follia e trasmissioni dall’esterno
Non è un caso che il richiamo di Cthulhu viaggi attraverso i sogni. In Freud il sogno è l’appagamento mascherato di un desiderio rimosso; in Lovecraft, invece, il sogno diventa un canale di trasmissione. Non parla dall’interno della psiche, ma dall’esterno. Dallo spazio profondo. Dal tempo pre-umano.
Come osserva Victoria Nelson, la follia in Lovecraft non è una semplice proiezione di conflitti interiori: è una psicotopografia, una risonanza tra paesaggio interno ed esterno. L’anima umana contiene il cosmo, e il cosmo risponde. I mostri non sono metafore: sono interferenze.
Rispondere al richiamo significa accettare una forma di sacrificio. Non eroico, non redentivo, ma ontologico: la perdita della centralità umana.
Decapitare la ragione
Qui Lovecraft incrocia, sorprendentemente, il pensiero di Georges Bataille e la figura dell’Acéphale, il corpo senza testa. La testa è la ragione, il controllo, l’ordine. Decapitarla significa rompere i confini del soggetto civilizzato.
Ma se per Bataille questa rottura può aprire a una trasformazione estatica, in Lovecraft essa conduce alla dissoluzione totale. Non c’è rinascita, solo una consapevolezza insostenibile: l’uomo è un errore locale.
Da qui il celebre passaggio finale del Call of Cthulhu:
“Ciò che è sorto può sprofondare, e ciò che è sprofondato può sorgere… ma io non devo e non posso pensare.”
Il pensiero stesso diventa il nemico.
Il corpo senza organi e il mostro sotto la civiltà
Deleuze e Guattari forniscono un’altra chiave potente per leggere Lovecraft. Il loro concetto di corpo senza organi descrive una soggettività che rifiuta di essere organizzata, narrativizzata, normalizzata. È una superficie liscia, pre-umana, anti-umana.
L’Edipo freudiano, secondo loro, è una favola utile: serve a contenere il mostruoso, a rendere “umano” ciò che altrimenti sarebbe ingestibile. Lovecraft, invece, strappa via questa protezione. I suoi Dei Antichi sono ciò che resta quando l’Edipo fallisce. Quando il mostro non può più essere simbolizzato.
Cthulhu non è una metafora del padre. È Octopus Rex: il ritorno di una profondità che la civiltà aveva solo temporaneamente sigillato.
Conoscenza come abisso
Non è un caso che Lovecraft scriva spesso in forma epistolare, attraverso citazioni, archivi, biblioteche. “Il richiamo di Cthulhu” costruisce una rete di saperi solo per mostrarne il collasso. Ogni fonte è autorevole, ogni documento è credibile – e proprio per questo la caduta è più vertiginosa.
Il lettore viene trascinato in questo labirinto di riferimenti fino a realizzare che la conoscenza non salva. Anzi, è essa stessa il veicolo della catastrofe.
Come scrive Lovecraft:
“La conoscenza dissociata aprirà vedute così terrificanti della realtà che impazziremo per la rivelazione, o fuggiremo dalla luce mortale verso una nuova età oscura.”
Il vero orrore
Il vero orrore lovecraftiano non è il tentacolo, né l’abominio cosmico. È la scoperta che la ragione, la civiltà e il progresso contengono già in sé i germi della propria distruzione. Che sotto l’ordine c’è il mare. E che il mare guarda indietro.
Il richiamo è sempre lì. Dorme. Sogna. Trasmette.
E forse la cosa più spaventosa è che, in fondo, una parte di noi è sempre pronta ad ascoltare.
