I Sogni nell’Universo di H.P. Lovecraft
Sogni e Realtà – Un Portale verso l’Ignoto
I sogni hanno da sempre occupato un ruolo centrale nella narrativa dell’orrore, sin dai miti greci e dai racconti folkloristici dell’Europa medievale. Funzionano come simboli, premonizioni o messaggi da un mondo oltre il nostro. Ma se nella tradizione i sogni erano strumenti di avvertimento o riflesso della colpa umana, in H.P. Lovecraft assumono un ruolo molto più complesso: diventano passaggi verso il cosmo stesso, finestre aperte su dimensioni aliene e realtà che sfuggono alla comprensione umana.
In racconti come “Beyond the Wall of Sleep” (1919), Lovecraft ci introduce a Joe Slater, un detenuto in un manicomio le cui esperienze oniriche rivelano l’esistenza di una coscienza superiore. Durante i suoi sogni, Slater è posseduto da un’entità cosmica che lo trasporta in paesaggi fantastici e gli dona forza sovrumana, portandolo a compiere azioni inspiegabili nel mondo reale. La vicenda, raccontata da un giovane internato dell’ospedale psichiatrico, non è solo un horror psicologico: è una riflessione sulla dualità tra sé cosciente e sé reale, dove il primo vive nella limitazione quotidiana, mentre il secondo si muove tra le vastità dell’universo.
Questo concetto anticipa le idee di Carl Gustav Jung sul Sé e sull’inconscio: il sogno diventa un mezzo attraverso il quale il sé reale, che unisce coscienza e inconscio, può manifestarsi, mentre il sé cosciente resta vincolato alla realtà limitata. In Lovecraft, i sogni diventano quindi strumenti di conoscenza e di esplorazione dell’ignoto, aprendo all’uomo possibilità di contatto con forze che trascendono il mondo materiale.
Il Sogno come Archetipo Collettivo e Mitico
Ne “The Dreams in the Witch House” (1933), Lovecraft sviluppa ulteriormente il tema dei sogni come mezzo di trasporto verso altre dimensioni. Il giovane studente universitario Gilman è tormentato da sogni lucidi in cui si trova in luoghi dai contorni impossibili, dove geometrie proibite e culti occulti si intrecciano. Le sue esperienze oniriche sono così intense da provocare effetti fisici reali: ferite subite nei sogni si manifestano sul corpo. Questa fusione tra sogno e realtà introduce una dimensione di terrore che va oltre il convenzionale, mostrando l’influenza del cosmo sull’esistenza umana.
I sogni di Gilman sono anche una rappresentazione del concetto di inconscio collettivo di Jung. Elementi ricorrenti, come musiche ancestrali, città impossibili e culti antichi, possono essere interpretati come simboli universali, archetipi tramandati nel tempo. Queste visioni oniriche non sono frutto dell’esperienza personale del protagonista, ma dell’eco di conoscenze e paure condivise dall’umanità. Così, Lovecraft collega l’individuo a un cosmo più vasto, in cui i sogni rivelano l’esistenza di entità che camminano sulla Terra da tempi immemorabili, creando un senso di continuità tra mito e coscienza collettiva.
Allo stesso tempo, la presenza di figure come Nyarlathotep, il messaggero degli Dei Esterni, rafforza l’idea di un universo in cui gli esseri umani sono semplici pedine di forze incomprensibili. Le azioni del cosmo, filtrate attraverso il sogno, sottolineano la fragilità della volontà umana e il senso di impotenza che permea la narrativa lovecraftiana. Qui i sogni non servono solo a trasportare i personaggi in altre dimensioni: diventano strumenti di comunicazione con il divino alieno, canali per percepire la scala e la vastità del cosmo.
Ricordi, Psiche e L’Universo Onirico di Kadath
Ne “The Dream-Quest of Unknown Kadath” (1943), la dimensione onirica acquisisce una dimensione psicologica e autobiografica più profonda. Randolph Carter sogna una città dorata, splendida e misteriosa, che in realtà è la rielaborazione dei ricordi della sua infanzia a Boston. Diversamente dai sogni di Slater o Gilman, i sogni di Carter sono legati al desiderio e alla memoria repressa, riflettendo una tensione tra l’inconscio personale e la realtà esterna.
Nyarlathotep, come nei racconti precedenti, gioca un ruolo di manipolatore dei sogni, spingendo Carter verso prove e trappole che mettono in discussione la sua percezione della realtà. Tuttavia, a differenza di Slater e Gilman, Carter sviluppa un certo controllo sui suoi sogni, riuscendo a svegliarsi prima di subire danni irreversibili. Questo riflette il percorso verso l’individuazione junghiana, in cui il protagonista integra le varie parti della psiche, confrontandosi con paure e desideri profondi e trovando una forma di auto-consapevolezza.
La presenza di Azathoth, il dio cieco che sogna l’universo, unisce queste esperienze oniriche sotto un unico paradigma: la realtà stessa è un sogno di entità cosmiche, e l’umanità è impotente di fronte alla loro indifferenza. In questo contesto, i sogni non sono solo mezzi narrativi, ma veri e propri strumenti filosofici: rivelano l’insignificanza dell’uomo, l’assurdità dell’esistenza e la precarietà della realtà come la conosciamo. La ripetizione di musiche ancestrali, paesaggi impossibili e città sognate rafforza l’idea che la conoscenza del cosmo risieda in uno strato collettivo dell’inconscio umano, accessibile solo attraverso la mente onirica.
