STRANI EONI - Parte I
Lovecraft e il terrore di un’umanità che sta per finire
C’è una frase di Lovecraft che oggi suona più inquietante che mai:
«La più antica e potente emozione dell’umanità è la paura, e la più antica e potente forma di paura è la paura dell’ignoto.»
Non è soltanto un’affermazione letteraria. È una diagnosi. E se c’è qualcosa che definisce il nostro tempo, è proprio l’ignoto.
Intelligenze artificiali sempre più autonome, modificazioni genetiche, interfacce neurali, reti digitali che inglobano identità e memoria. Non stiamo semplicemente migliorando l’essere umano. Stiamo forse iniziando a trasformarlo in qualcosa d’altro.
E qui, sorprendentemente, entra in scena Lovecraft. Perchè l’orrore non è il mostro. È la perdita di centralità. Quando pensiamo a Lovecraft immaginiamo tentacoli, città sommerse e divinità impronunciabili. Ma il cuore della sua opera non è il mostro. È lo spostamento dell’uomo dal centro del cosmo.
Nel celebre The Call of Cthulhu, leggiamo:
«Viviamo su una placida isola di ignoranza in mezzo a neri mari d’infinito, e non era destino che navigassimo troppo lontano.»
Non è una minaccia. È una constatazione.
La conoscenza non ci rende padroni dell’universo. Ci rende consapevoli della nostra irrilevanza.
Lovecraft scrive in un’epoca in cui la scienza sta già demolendo certezze: Darwin ha scardinato l’eccezionalità umana, Einstein ha incrinato il tempo, la geologia ha spalancato l’abisso del “tempo profondo”. L’umanità non è più al centro.
Oggi, un secolo dopo, potremmo trovarci davanti a una nuova rivoluzione: non solo scoprire che non siamo centrali, ma diventare noi stessi qualcosa che non è più umano nel senso tradizionale.
Lovecraft è ossessionato dal tempo. Non il tempo storico, ma il tempo cosmico.
In At the Mountains of Madness, l’orrore non è soltanto ciò che gli esploratori trovano in Antartide, ma quando risale a quell’orrore:
«Eran giunti sulla Terra milioni e milioni di anni fa… costruirono città e dominarono il pianeta prima che l’uomo fosse qualcosa di più di una promessa.»
La vera vertigine è questa: noi siamo un episodio tardivo.
Oggi parliamo di cambiamento climatico, di estinzioni di massa, di crisi ecologiche che dureranno millenni. Contemporaneamente, l’innovazione tecnologica accelera a una velocità mai vista prima.
Da una parte processi lentissimi, quasi geologici. Dall’altra trasformazioni istantanee.
È esattamente la frattura temporale che Lovecraft aveva già immaginato: un mondo in cui il tempo sembra “fuori dai cardini”, dove passato remotissimo e futuro inconcepibile si toccano.
La mutazione dell’identità
Ma l’aspetto più disturbante dell’opera lovecraftiana non è la scala cosmica. È la dissoluzione dell’identità.
In The Shadow Out of Time, la mente del protagonista viene scambiata con quella di un’entità aliena proveniente da milioni di anni nel passato. L’io non è più stabile, non è più confinato nel proprio corpo, nel proprio tempo.
In The Shadow over Innsmouth, la scoperta più orrenda non è l’esistenza degli “Innsmouthiani”, ma la rivelazione finale: il protagonista stesso appartiene a quella stirpe.
«Non posso più fingere… il richiamo del mare è troppo forte.»
Il mostro non è fuori. È dentro.
O meglio: l’umano e il mostruoso non sono più distinguibili.
Ora fermiamoci un momento.
Cosa accadrebbe se le tecnologie emergenti — impianti neurali, ingegneria genetica, fusione uomo-macchina — rendessero instabile la definizione stessa di umano?
Non stiamo parlando di cyborg cinematografici.
Stiamo parlando di cambiamenti progressivi che, nel giro di poche generazioni, potrebbero produrre qualcosa che non riconosciamo più come “noi”.
Lovecraft non immaginava microchip. Ma immaginava la perdita dell’identità come categoria stabile.
L’indifferenza cosmica
Un altro elemento fondamentale: le entità lovecraftiane non sono malvagie. Sono indifferenti.
Cthulhu non vuole distruggere l’umanità per odio. L’umanità semplicemente non conta.
«Non sono morti coloro che possono attendere in eterno, e col volgere di strani eoni anche la morte può morire.»
Questa famosa frase da The Call of Cthulhu non è una minaccia apocalittica tradizionale. È un’idea vertiginosa: ciò che consideriamo definitivo — la morte, il tempo, la storia — potrebbe non esserlo affatto su scala cosmica.
Oggi, quando si parla di intelligenze artificiali superumane, la paura non è necessariamente che ci odino. È che possano considerarci irrilevanti.
Proprio come noi non odiamo le formiche.
Semplicemente, non le consultiamo.
L’orrore come anticipazione
Lovecraft non predice il futuro. Non scrive fantascienza nel senso tradizionale.
Scrive ciò che potremmo chiamare un esercizio emotivo.
Ci costringe a provare cosa significhi vivere in un universo che non è fatto per noi.
E forse questo è il punto più attuale della sua opera: non ci prepara a combattere mostri, ma a tollerare la possibilità che l’umanità non sia la misura di tutte le cose.
Se il XXI secolo sarà davvero il secolo della trasformazione radicale della specie, il sentimento dominante potrebbe non essere l’entusiasmo. Potrebbe essere qualcosa di molto più lovecraftiano: smarrimento, vertigine, senso di insignificanza, fascino e repulsione insieme.
E questo è solo l’inizio.