Lovecraft tra cosmo e rovine: l’antiquario dell’orrore cosmico
Quando sono andato a Providence, durante i giorni trascorsi a spulciare tutto il materiale della John Hay Library, mi sono immerso profondamente nel vero Lovecraft che non è quello traslato in Italia dagli scrittori francesi che hanno avuto l'unico merito di accorgersi dell'esistenza di un tale genio prima di noi. No, H. P. Lovecraft è altro, molto altro. Si pensa a H. P. Lovecraft, l’immagine che emerge è quasi sempre quella del profeta dell’orrore cosmico: l’universo indifferente, gli dèi alieni, l’insignificanza dell’uomo. Eppure questa è solo metà del ritratto. L’altra metà, spesso trascurata, è quella di Lovecraft antiquario, innamorato delle città coloniali, dell’architettura tradizionale, dei paesaggi storici del New England. È proprio dalla tensione tra questi due poli – il cosmo e la tradizione – che nasce la potenza unica della sua visione.
Lovecraft non vedeva alcuna contraddizione tra il suo amore per il passato e la sua filosofia del cosmicismo. Al contrario: l’una alimentava l’altra. Comprendere il suo attaccamento quasi ossessivo alle case coloniali, ai cimiteri, ai vicoli antichi e ai quartieri storici è essenziale per capire perché il suo orrore funzioni ancora oggi.
Il culto del luogo e della tradizione
Lovecraft amava definirsi discendente della “pura stirpe inglese” del New England e considerava la propria identità inseparabile dai luoghi in cui era cresciuto, soprattutto Providence. Per lui il senso di appartenenza non era umano ma topografico e architettonico: strade, edifici, skyline e colline contavano più delle relazioni personali.
Fin da giovane percorreva di notte i quartieri storici della città, osservando case del Settecento, chiese, tombe, dettagli architettonici. Con il tempo questi vagabondaggi si ampliarono in veri e propri viaggi antiquari, che lo portarono in tutto il New England e lungo la costa orientale degli Stati Uniti: Salem, Marblehead, Newburyport, Charleston, St. Augustine, Québec.
Non erano viaggi turistici nel senso comune. Lovecraft viaggiava poveramente, in autobus o a piedi, dormendo in alloggi economici e scrivendo di notte lettere lunghissime e minuziose. Quelle lettere – spesso più dettagliate di guide storiche – descrivono edifici, piante urbane, paesaggi rurali, tradizioni locali, leggende e perfino dialetti.
L’antimodernismo e l’illusione dell’autenticità
Alla base di questo interesse c’era un’ideologia fortemente antimodernista. Lovecraft vedeva il XX secolo come un’epoca di disgregazione: industrializzazione, urbanizzazione, standardizzazione culturale e perdita delle tradizioni locali. Ammirava il movimento del Colonial Revival e sosteneva con passione la conservazione degli edifici storici, soprattutto a Providence.
Non gli interessava la storia come sequenza di eventi o personaggi famosi, ma come forma visibile: l’estetica vernacolare, le architetture nate organicamente nel tempo, i quartieri cresciuti in armonia con la topografia e con le abitudini dei loro abitanti. Per Lovecraft una città non doveva essere “costruita”, ma coltivata come un organismo vivente.
Questa visione idealizzata del passato, tuttavia, era accompagnata da idee oggi apertamente problematiche: un forte elitismo culturale, una nostalgia per un’America anglosassone “pura” e un profondo timore verso l’immigrazione e il cambiamento demografico. Elementi che attraversano sia i suoi scritti saggistici sia la narrativa.
Dall’itinerario turistico all’incubo
I viaggi antiquari di Lovecraft influenzarono direttamente la sua narrativa. Molti racconti sono, nella struttura, resoconti di viaggio che degenerano in orrore. Il protagonista arriva in un luogo antico, lo esplora con curiosità quasi da turista colto, ne studia l’architettura e la storia… e scopre qualcosa che non avrebbe mai dovuto scoprire.
Racconti come "The Festival", "The Shadow Over Innsmouth" o "The Dunwich Horror" sono costruiti come anti-guide turistiche. Le città immaginarie – Arkham, Innsmouth, Kingsport, Dunwich – sono composite di luoghi reali visitati da Lovecraft, rielaborati in chiave onirica e disturbante. La conservazione del passato, qui, non è rassicurante: è il segno di una stagnazione malsana, di segreti sepolti, di degenerazione.
Innsmouth, in particolare, è l’esempio perfetto: una città economicamente decaduta che ha conservato il suo aspetto coloniale proprio perché esclusa dal progresso. L’autenticità tanto ricercata si rivela essere un orrore biologico e cosmico.
Architettura come portale
Per Lovecraft l’architettura non è semplice sfondo, ma agente narrativo. Le case coloniali, i tetti spioventi, le strade irregolari e gli interni deformi diventano strumenti per evocare il passato e, allo stesso tempo, per aprire varchi verso l’ignoto. In racconti come "The Shunned House" o "The Dreams in the Witch House" l’edificio stesso è una soglia verso altre dimensioni.
A differenza del gotico classico europeo, fatto di castelli medievali e abbazie, l’orrore lovecraftiano nasce da case ordinarie, profondamente americane, radicate nel suolo del New England. È un orrore domestico, quotidiano, che suggerisce che il male non viene da lontano, ma è sempre stato lì.
Tradizione come illusione necessaria
Qui emerge il paradosso finale. Da un lato Lovecraft dedica la vita a preservare, documentare e celebrare la tradizione. Dall’altro, come filosofo del cosmicismo, è convinto che la tradizione sia un’illusione, priva di significato nell’universo vasto e indifferente rivelato dalla scienza moderna.
Le tradizioni danno senso alle nostre vite, ma non ci proteggono. Non fermano gli dèi cosmici, né cancellano l’orrore nascosto nel nostro passato. Questa contraddizione – amore e disgusto, nostalgia e terrore – è il cuore pulsante dell’opera di Lovecraft.
Forse è proprio per questo che continua a parlarci. In un mondo che cambia rapidamente, dove l’idea di radici e identità è sempre più fragile, Lovecraft ci mostra sia il conforto della tradizione sia il suo lato più inquietante. Il passato può salvarci dall’insignificanza… oppure divorarci.
Ed è in questa tensione irrisolta che nasce il vero, eterno orrore lovecraftiano.

