giovedì 4 dicembre 2025

 Oltre il Velo di R’lyeh: Lovecraft, il Cosmo e l’Alchimia Nera del Moderno





Quando Howard Phillips Lovecraft sollevò per la prima volta la penna verso il cielo e ne scrutò l’indifferente immensità, intuì una verità che avrebbe divorato ogni consolazione umana: l’universo non è fatto per noi. Non c’è teleologia, non c’è divinità benevola, non c’è destino. Esiste soltanto la vertigine del cosmo. Da quella vertigine nacque ciò che oggi chiamiamo – in modo forse troppo comodo – Cthulhu-Mythos.

Eppure, quel mito non fu mai un mito nel senso tradizionale: Lovecraft non costruì un pantheon per fondare religioni, ma sembra per dissolverle. Forse possiamo affermare, come molti sostengono, che il suo era un anti–mito, una parabola atea mascherata da apocalisse. Eppure il destino di ogni mito è sfuggire al suo creatore. E così, mentre Lovecraft cercava di dimostrare l’insignificanza dell’uomo, i suoi lettori iniziarono a scorgere in quelle ombre un segreto più profondo: e cominciarono a domandarsi se fossero vere.

Il Cosmo secondo Lovecraft: ateismo come rivelazione nera
S. T. Joshi riferisce che Lovecraft fu un materialista radicale, influenzato dalla visione meccanicistica di Ernst Haeckel, dal nichilismo di Nietzsche e dalle correnti scientifiche del suo tempo. L’universo, per Lovecraft, era un’enorme macchina senza scopo; un organismo cieco che non presta alcuna attenzione ai desideri dei suoi componenti.
Da questa rivelazione scaturì il suo capolavoro concettuale: l’arte cosmica non-soprannaturale.
I suoi mostri non erano magie, né demoni: erano fenomeni naturali così vasti e antichi da sembrare sovrannaturali. L’orrore nasceva dalla differenza di scala, non dall’invocazione dell’occulto.
Lovecraft, con una genialità che oggi appare quasi profetica, escogitò allora una strategia letteraria di assoluta modernità: la fusione ossessiva tra realtà e finzione.
Coordinate geografiche, articoli di giornale inventati, manoscritti fittizi, testi eruditi realmente esistenti affiancati a libri immaginari - tutto serviva a creare un effetto di autenticità progressiva. Un lettore attento poteva, passo dopo passo, convincersi che forse il Necronomicon esisteva davvero. Che forse i racconti erano resoconti. Che forse la Terra non era così nostra come credevamo.
Questa “autenticazione dell’impossibile” divenne il marchio di fabbrica del mito.





Atmosfere come portali: la tecnica iniziatica di H. P. Lovecraft
Per Lovecraft la trama era secondaria: ciò che contava era l’atmosfera. L’atmosfera era il vero portale, la soglia fra ciò che è umano e ciò che preme dall’esterno. La narrazione in prima persona, la presenza di scienziati e studiosi – uomini di ragione travolti dall’irrazionale – e gli incessanti rimandi intertestuali erano strumenti per condurre il lettore verso un luogo di vertigine.
In un certo senso, tutta la narrativa di Lovecraft è un rito.
Un rito di smantellamento dell’ego umano.
Un rito di esposizione all’Abisso.
Un rito che prepara al crollo mentale definito da Robert Price “cosmic fear”.
E come ogni rito, produce effetti. Anche indesiderati.

Quando il Mito si vendica: la mutazione esoterica del retaggio lovecraftiano
Lovecraft morì come un ateo convinto, eppure la sua opera sopravvisse come un seme in un terreno imprevedibile. Il primo responsabile della mutazione fu il suo editore postumo, August Derleth, che reinterpretò il Cthulhu-Mythos in termini quasi cristiani: un conflitto morale tra il Bene e il Male, una cosmologia dualistica che Lovecraft avrebbe disprezzato ma che risultava, per molti lettori, irresistibilmente familiare.
Questa deviazione derivò da un fraintendimento clamoroso — il celebre “black magic quote”, una parafrasi errata attribuita a Lovecraft che Derleth reputò autentica.
Eppure fu da quel fraintendimento che germogliò un nuovo mondo.
Derleth rese il mito religiosamente fertile.
E su quel terreno, un nuovo sacerdote attendeva.

Kenneth Grant e l’Adeptato degli Abissi
Kenneth Grant, segretario di Aleister Crowley, alto iniziato dell’Ordo Templi Orientis, e fondatore della sua corrente typhoniana, compì il passo definitivo: assorbì Lovecraft nell’occulto reale.
Nelle sue Typhonian Trilogies Grant affermò che:
Lovecraft non era un semplice scrittore, bensì un canale medianico, un profeta riluttante che trascriveva – in forma mascherata – ciò che percepiva nel mondo dei sogni.
Per Grant, i Grandi Antichi esistevano davvero, come forze qlippotiche che abitano il retro del cosmo, l’ombra dell’Albero della Vita. Yog-Sothoth divenne associato a Choronzon, guardiano di Daath; Cthulhu divenne un signore dell’iniziazione abissale. Il Necronomicon non era più un’invenzione: era un grimorio distorto, filtrato attraverso la mente di un uomo terrorizzato dalla propria memoria karmica.
Grant non si limitò a interpretare: iniziò rituali, fondò ordini (come l’Esoteric Order of Dagon), influenzò intere correnti magiche come il Dragon Rouge e il Voudon-Gnostic di Michael Bertiaux.
Lì dove Lovecraft vedeva solo nichilismo, l’esoterismo vide via di potenza.
Il mito si era reincarnato.

Dalla Pagina al Culto: la “Lovecraft-Magic”
Negli anni ’70 il processo giunse a maturazione:
Lovecraft divenne parte integrante di cerimoniali di ritualistica caotica, di ordini magici dediti al contatto con entità extradimensionali. Opere come il Simon Necronomicon – nato come burla e diventato oggetto di culto – dimostrano quanto il limite tra fiction e religione possa dissolversi rapidamente.
Oggi la Lovecraft-magic si estende dal neopaganesimo dark alla chaos magick, fino a comunità iperreali che considerano i Grandi Antichi maschere archetipiche del Sé profondo.
Così, ciò che fu concepito per negare la religione è divenuto religione.
Ciò che fu scritto per demolire il mito è diventato mito.
Gli Abissi hanno senso dell’umorismo.

Conclusione
Ciò che emerge da questo percorso è un paradosso elegante:
Lovecraft creò un mito per negare il sacro.
Derleth lo rese di nuovo sacro, per errore.
Grant lo trasformò in sistema religioso operativo.
Le tradizioni magiche contemporanee lo hanno assunto come archetipo vivente.
Come scrisse Frenschkowski, Lovecraft è divenuto autore sia di finzione sia di religione.
Il suo mito, nato rotto, è stato “riparato” dall’occultismo contemporaneo, riconsegnato non alla ragione ma alla notte dello spirito.
Forse perché il moderno, nella sua freddezza, aveva esiliato qualcosa:
il selvaggio, l’irrazionale, il bestiale, il delirante, il visionario.
I Grandi Antichi sono il ritorno di ciò che abbiamo rimosso.
Il loro risveglio non è astronomico — è psicologico.
E forse, in fondo, Lovecraft lo sapeva.