Lovecraft trasformò la matematica in un incubo
C'è un'immagine, ne I sogni della casa stregata (1933), che da sola vale più di molte pagine di critica: una stanza in soffitta con "il muro nord che pendeva sensibilmente verso l'interno, dal lato esterno a quello interno, mentre il basso soffitto scendeva lievemente nella stessa direzione". Una stanza sbagliata. Non infestata da fantasmi con catene, non maledetta da un'iscrizione: semplicemente storta, in un modo che la geometria euclidea non dovrebbe permettere.
È da qui che vale la pena ripartire per leggere uno dei racconti più fraintesi di Lovecraft - spesso liquidato come il suo esperimento più "fantascientifico", quando in realtà è l'opposto: è il racconto in cui la scienza smette di essere una consolazione e diventa essa stessa la porta d'ingresso per l'orrore.
Lovecraft non era un mistico. Era, se mai, il contrario: un materialista quasi ossessivo, affascinato dall'astronomia, dalla fisica delle nuove teorie einsteiniane, dalla matematica non euclidea. Il suo terrore cosmico non nasce da un afflato religioso, ma dal suo esatto rovescio - dalla scoperta che l'universo descritto dalla scienza del primo Novecento è troppo grande, troppo indifferente e troppo poco antropocentrico per offrire consolazione. In una lettera del 1921 lo scrive senza ambiguità: non gli interessano "le persone comuni", perché ciò che sollecita la sua immaginazione creativa è solo il rapporto dell'uomo con il cosmo, con l'ignoto - mai quello dell'uomo con l'uomo (cfr. Joshi, In Defence of Dagon, 1985).
Questa premessa biografica spiega perché in Supernatural Horror in Literature Lovecraft definisca il vero racconto weird non come una storia di delitti o scheletri, ma come qualcosa che comporta "una sospensione o sconfitta maligna e particolare di quelle leggi fisse della Natura che sono il nostro unico baluardo contro gli assalti del caos e i demoni dello spazio inesplorato". Non è un caso che parli di leggi - un lessico scientifico applicato al soprannaturale. Il suo orrore non violerà mai la fisica per ignoranza: la violerà conoscendola.
Walter Gilman, o l'hybris dello studente di matematica
Il protagonista de I sogni della casa stregata, Walter Gilman, non è un necromante né un antiquario decaduto - è uno studente brillante di calcolo non euclideo e fisica quantistica, convinto che l'occultismo, se davvero esiste, debba obbedire a delle regole altrettanto sistematiche della scienza pura. È un personaggio profondamente novecentesco: crede che nulla, in linea di principio, sia al di fuori della portata del metodo scientifico - nemmeno una strega scomparsa nel 1692.
Ed è qui che Lovecraft compie la sua mossa più elegante: fa dire al testo che la vecchia Keziah Mason, "una donna mediocre del diciassettesimo secolo", aveva intuito profondità matematiche forse superiori "alle più recenti indagini di Planck, Heisenberg, Einstein e de Sitter". Non è un dettaglio decorativo. È un rovesciamento di gerarchia: la superstizione secentesca arriva, per vie oscure, dove la fisica del Novecento non è ancora arrivata. Gilman, che disprezza la strega proprio perché ignorante, cade nella trappola opposta della sua stessa arroganza: se una donna senza istruzione ha potuto raggiungere quella soglia, ragiona, allora lui - armato di calcolo differenziale - potrà attraversarla con metodo.
Non la attraverserà con metodo. La attraverserà nel sonno, come un sonnambulo, precipitando "attraverso abissi senza limiti", oltrepassando "prismi, labirinti, agglomerati di cubi e piani, edifici ciclopici" un'iconografia che non è affatto onirica in senso romantico, ma rigorosamente geometrica, quasi un incubo disegnato con il righello.
Il vero colpo di genio del racconto è aver reso l'architettura stessa un dispositivo narrativo. La stanza obliqua della soffitta non è un'ambientazione gotica: è un indizio matematico. Gilman calcola, misura, ipotizza dove potrebbe celarsi una "porta" dimensionale proprio in virtù degli angoli innaturali del soffitto. Applica il metodo scientifico a un problema che il metodo scientifico non dovrebbe nemmeno poter formulare - ed è proprio in quel cortocircuito che nasce la paura: non nell'ignoto puro, ma nell'ignoto che sembra calcolabile.
Lovecraft lo dice quasi con un sorriso amaro, per bocca del narratore: "il calcolo non euclideo e la fisica quantistica bastano da soli a mettere a dura prova qualunque cervello; mescolarli col folklore [...] difficilmente lascia liberi da tensione mentale". È una delle rare battute autoironiche di Lovecraft sulla propria stessa poetica: la scienza non protegge dal mito, lo aggrava.
Brown Jenkin, l'Uomo Nero e l'indifferenza cosmica
Quando Gilman inizia a incontrare, in sogno e non solo, la strega, il suo famiglio Brown Jenkin (una creatura pelosa dai denti aguzzi, capace di parlare ogni lingua) e l'Uomo Nero dagli zoccoli caprini, il racconto smette gradualmente di essere un problema di geometria e diventa un problema di scala cosmica. Il vero orrore, per Lovecraft, non è mai la strega in sé: è ciò a cui la strega conduce — Azathoth, "l'entità informe che governa ogni tempo e spazio da un trono nero al centro del Caos".
Qui si misura la vera cifra del cosmicismo lovecraftiano: gli Antichi (Old Ones) non sono malvagi. Sono indifferenti. Non puniscono Gilman per la sua hybris scientifica — semplicemente non se ne accorgono, allo stesso modo in cui un uomo non si accorge di calpestare un formicaio. È una crudeltà priva di intenzione, ed è proprio questa assenza di intenzione — più della crudeltà stessa — a essere insopportabile per una mente razionalista come quella di Gilman, abituata a cercare cause.
Il fallimento (necessario) della scienza
Il finale del racconto è, in questo senso, un piccolo trattato filosofico travestito da pulp: Gilman muore, il suo cuore divorato dal ratto-demone, e nessuno — né gli scienziati né i religiosi del villaggio — riesce a spiegare la scarica di prove fisiche impossibili trovate accanto al suo corpo: la scottatura solare comparsa dal nulla, la ferita al polso, i segni di fango sui piedi di chi non è mai uscito dalla stanza. Lovecraft chiude deliberatamente senza soluzione. Non perché sia pigro, ma perché la sua tesi implicita è che non ci debba essere soluzione: ammettere che la scienza possa spiegare tutto significherebbe tradire il cuore stesso del cosmicismo.
È una posizione più sottile di un semplice "oscurantismo": Lovecraft non nega il valore della scienza (la ammira, sinceramente, come strumento), ma nega che la scienza sia totalizzante. Il suo bersaglio polemico non è la fisica di Planck o Einstein, ma la fede ingenua — quella di Gilman, quella di certo scientismo dei suoi anni Venti — che ogni fenomeno sia, in linea di principio, riducibile a formula.
Un'eco sorprendentemente contemporanea
C'è un paragrafo, verso la fine del racconto, in cui Lovecraft sembra quasi anticipare il linguaggio della fisica teorica successiva, parlando di punti di contatto teoricamente possibili tra la nostra porzione di cosmo e regioni remote "quanto le stelle più lontane o gli stessi golfi transgalattici — o perfino quanto le ipotetiche unità cosmiche al di là dell'intero continuum spazio-temporale einsteiniano". Chiunque abbia letto qualcosa sui wormhole moderni riconoscerà in queste righe un'intuizione che precede di decenni il linguaggio divulgativo della fisica dei buchi neri e dei ponti di Einstein-Rosen. Non perché Lovecraft "prevedesse" la scienza — ma perché aveva intuito, con lo strumento della narrativa, che ogni salto concettuale della fisica avrebbe sempre lasciato un margine d'ombra: e in quel margine, per lui, abita sempre qualcosa.
Postilla: scienza e mito, un confine che non tiene
Vale la pena, visti i chiari di luna di questo periodo storico, rendere esplicito un punto che nel corpo dell'articolo resta sullo sfondo. I sogni della casa stregata mette in scena due sistemi di conoscenza: la matematica non euclidea di Gilman e la stregoneria secentesca di Keziah Mason, che nascono come opposti, quasi incompatibili nel linguaggio e nel metodo, e che Lovecraft costringe a toccarsi nello stesso identico punto: gli angoli impossibili della soffitta, la soglia verso la quarta dimensione. Non li fonde mai davvero: la scienza di Gilman resta scienza, la stregoneria di Keziah resta stregoneria, ognuna con la propria struttura. Ma entrambe conducono, per vie diverse, allo stesso baratro.
È una mossa che equivale a una tesi implicita, mai dichiarata apertis verbis dal narratore: il mito non è ciò che la scienza non ha ancora spiegato, ma ciò che la scienza - per sua stessa natura - non potrà mai spiegare, perché appartiene a un ordine di realtà indifferente alle categorie umane, comprese quelle scientifiche. Il racconto non celebra dunque la superstizione contro la ragione, né viceversa: mostra piuttosto che la linea di demarcazione tra le due, tanto rassicurante quanto stabile nella cultura razionalista in cui Gilman è cresciuto, è essa stessa un'illusione. Ed è forse questo, più della singola creatura o del singolo incubo, il vero elemento perturbante del racconto: non la strega, ma la scoperta che la mappa concettuale con cui pensavamo di orientarci - scienza di qua, mito di là - non corrisponde al territorio.

.jpg)