Lovecraft, il tempo profondo e il ritorno della gerarchia
Nel saggio Monkey Panic in the Deep Time Machine, Ben Woodard interpreta H. P. Lovecraft come un autore in cui cosmologia, biologia ed estetica del terrore convergono in una stessa struttura: la materia come unico fondamento del reale e il “tempo profondo” come forza che dissolve l’umano. In racconti come At the Mountains of Madness e The Colour Out of Space, questa visione produce un effetto ambivalente: da un lato il collasso dell’antropocentrismo, dall’altro la possibilità che nuove forme di gerarchia biologica e politica riemergano proprio dentro un universo completamente materiale.
Secondo Woodard, il cuore del progetto lovecraftiano è la collisione tra tre scale temporali: biologica, geologica e cosmologica. In At the Mountains of Madness, l’Antartide nel racconto di Lovecraft non è semplicemente un ambiente estremo, ma un archivio di tempi sovrapposti: civiltà pre-umane, esperimenti biologici, tracce di intelligenze non terrestri.
Le rovine della città degli Great Old Ones testimoniano che la vita sulla Terra non è lineare né “umana”, ma il risultato di stratificazioni materiali fuori portata. Gli Shoggoth rappresentano il punto estremo di questa logica: materia vivente senza forma stabile, tecnologia biologica che sfugge a ogni finalità.
Qui Lovecraft radicalizza il materialismo: non esiste significato trascendente, solo capacità della materia che si organizzano su scale differenti.
“Monkey panic”: l’ansia genealogica dell’umano
Woodard definisce questa condizione come monkey panic: una crisi della genealogia umana. Dopo Darwin, l’uomo non può più evitare di sapere di essere un animale, ma non riesce nemmeno ad accettarlo pienamente.
Nel contesto storico delle dispute tra biometria ed evoluzionismo mendeliano (con figure come Francis Galton e Ronald Fisher), la domanda centrale diventa: l’evoluzione è progresso o contingenza?
Lovecraft, secondo Woodard, non risolve questa tensione. La sposta su scala cosmica: invece di un progresso biologico umano, abbiamo una successione di intelligenze non umane che si sostituiscono a vicenda su tempi profondissimi.
Il sublime che non consola più
In questa prospettiva, Lovecraft non rientra né nel sublime kantiano né in quello burkiano. Come sottolinea la critica citata da Woodard (tra cui Vivian Ralickas), l’orrore cosmico non offre alcuna ricomposizione del soggetto.
In At the Mountains of Madness, la scoperta delle rovine e delle forme di vita precedenti all’umanità produce una rottura irreversibile: la coscienza non trova consolazione, ma solo sovraccarico informativo e dissoluzione del sé.
La svolta decisiva: tracce, modelli e contingenza
Un punto centrale del saggio di Woodard è la distinzione tra “modello” e “traccia”. Il tempo profondo non è accessibile direttamente, ma solo attraverso tracce materiali: fossili, meteoriti, isotopi.
Qui entrano in gioco riflessioni filosofiche (in particolare su Quentin Meillassoux): la materia conserva tracce di tempi non umani, ma queste tracce non garantiscono alcuna direzione del senso.
In Lovecraft, questo si traduce narrativamente in elementi come il meteorite di The Colour Out of Space o le geometrie impossibili dell’Antartide: segni di un reale che precede ogni interpretazione umana.
Dalla paura del cosmo alla politica della gerarchia
Il punto più controverso dell’analisi di Woodard riguarda però il legame tra cosmicismo e pensiero gerarchico.
Da un lato, Lovecraft dissolve ogni centralità umana: l’universo è indifferente, la vita è contingente, l’uomo è un accidente. Dall’altro, però, questa stessa struttura può essere riutilizzata per giustificare gerarchie naturali tra forme di vita, culture o intelligenze.
Woodard mostra come questo rischio emerga già nella storia del pensiero evoluzionistico, dove modelli statistici e biologici sono stati talvolta intrecciati con discorsi eugenetici (da Galton a Fisher, fino alle reinterpretazioni successive di Julian Huxley).
Il punto non è che Lovecraft “derivi” direttamente da queste posizioni, ma che il suo materialismo radicale non le impedisca automaticamente.
Shoggoth e politica della materia
Un esempio decisivo è il modo in cui Woodard legge lo Shoggoth.
Nel racconto di Lovecraft, gli shoggoth sono materia vivente ingegnerizzata, schiava degli antichi costruttori. Ma ciò che colpisce è che la materia stessa diventa ambivalente: può essere strumento, schiavitù, oppure di potenziale insurrezione.
Questo motivo è ripreso anche in reinterpretazioni moderne come Shoggoths in Bloom di Elizabeth Bear, dove la creatura diventa simbolo di emancipazione cognitiva.
Nel quadro di Woodard, Lovecraft è un autore di soglia: sospeso tra la dissoluzione del senso umano e la ricomparsa di vecchie logiche gerarchiche sotto nuove forme.
Il punto finale è paradossale: se tutto è materia e contingenza, allora nessuna gerarchia è “naturale” in senso assoluto; ma proprio per questo, qualsiasi gerarchia può essere reintrodotta come effetto di potere, tecnica o narrazione.
È qui che il “deep time” diventa politicamente ambiguo. Come mostra Woodard nel suo Monkey Panic in the Deep Time Machine, il problema non è solo comprendere il tempo profondo, ma evitare che la sua vertigine venga trasformata in una giustificazione implicita per nuove forme di dominio.
In questo senso, At the Mountains of Madness non è solo un racconto di scoperta cosmica, ma anche un esperimento instabile: mostra quanto sia difficile pensare un universo completamente materiale senza far riemergere, in qualche forma, la tentazione della gerarchia.
