L’abisso della coscienza e la filosofia del terrore 2: Nietzsche, Derrida e l’incontro con il mostruoso
Se la prima parte di questo articolo ha esplorato le radici bibliche dell’orrore lovecraftiano, questa seconda parte si concentra sull’analisi filosofica dell’abisso dell’esistenza, un tema che Lovecraft rende palpabile attraverso la narrativa fantastica. Il cuore di questa riflessione si trova in due grandi pensatori moderni: Friedrich Nietzsche e Jacques Derrida. Entrambi, a loro modo, ci offrono strumenti concettuali per comprendere il terrore ontologico che attraversa le opere dello scrittore americano.
Nietzsche, filosofo della crisi della modernità e della decadenza dei valori tradizionali, ammoniva che “Chi lotta con i mostri dovrebbe stare attento a non diventare egli stesso un mostro. E se guardi a lungo nell’abisso, anche l’abisso ti guarda dentro” (Beyond Good and Evil, §146). La frase, densa e ambigua, ci introduce a una concezione della coscienza come luogo di confronto con ciò che è al di fuori della comprensione razionale: l’abisso rappresenta il lato oscuro della nostra natura, l’essenza animale e primordiale che tende a riaffiorare ogni volta che la razionalità pretende di dominarla. Per Nietzsche, il pericolo della modernità consiste proprio in questo: nel convincersi che la civiltà e la razionalità siano gli strumenti supremi dell’essere umano, ignorando le forze profonde e pre-riflessive che ci abitano.
Lovecraft trasporta questo concetto in chiave narrativa: l’abisso nietzscheano diventa gli spazi colossali e alieni delle sue storie, luoghi in cui l’umano si confronta con entità incomprensibili, come Cthulhu o Yog-Sothoth. I suoi personaggi, simili agli studiosi biblici o ai Veglianti corrotti, cercano di comprendere l’ignoto attraverso la ragione, solo per essere travolti dall’incommensurabile vastità di ciò che non può essere conosciuto. L’incontro con l’abisso provoca terrore e follia, così come Nietzsche prefigurava: guardare a lungo nell’ignoto può trasformare l’uomo, o distruggerlo.
Jacques Derrida, filosofo contemporaneo e interprete della filosofia occidentale, offre un’angolazione ulteriore: egli vede nell’incontro con l’abisso non solo un rischio, ma anche un potenziale. In un celebre episodio, Derrida descrive la vertigine provata di fronte allo sguardo di un gatto, un essere non-razionale ma dotato di intelligenza propria. Il filosofo si sente nudo davanti alla profondità dello sguardo animale, percependo un’esperienza apofatica, cioè un incontro con ciò che non può essere nominato o concettualizzato, ma che parla all’essenza dell’essere. Qui emerge una dimensione spirituale e ontologica che si ricollega al terrore e alla meraviglia di Lovecraft: se il gatto o l’entità cosmica rappresentano l’ignoto, ciò che suscita in noi è una combinazione di paura e fascinazione.
Questo concetto è profondamente legato al tema della “distinzione tra uomo e animale” che Derrida riprende dalla Genesi. Adam nomina gli animali, esercitando la razionalità e separandosi così dal resto della creazione. Ma in quell’atto, l’uomo si espone anche alla solitudine ontologica: separato dagli altri esseri viventi, riflessivo su se stesso, vulnerabile di fronte all’infinito. Per Lovecraft, questa separazione è amplificata: la conoscenza umana, invece di proteggerci, diventa la fonte della nostra angoscia, poiché ogni rivelazione porta con sé la consapevolezza dell’insignificanza umana di fronte a forze cosmiche.
La filosofia di Derrida suggerisce che l’abisso non è solo una minaccia, ma anche un’occasione per il “nuovo”. Nel suo linguaggio, c’è una gravidanza nascosta nel nulla, una possibilità di emergere dall’esperienza dell’ignoto con una nuova comprensione dell’essere, della finitudine e della vulnerabilità condivisa con tutti gli esseri viventi. Questa visione è profondamente diversa dalla lettura di Nietzsche, più tragica e pessimistica, ma si intreccia con Lovecraft nella misura in cui entrambe le prospettive mettono in scena l’incontro con l’ignoto come momento di crisi esistenziale. La differenza sta nel tono: Lovecraft enfatizza il terrore, Derrida la possibilità di una trasformazione spirituale.
L’orrore cosmico lovecraftiano può essere interpretato quindi come una metafora dell’abisso nietzscheano e derridiano: l’uomo contemporaneo, separato dalle radici naturali e immerso in un mondo di razionalità e tecnologia, affronta una realtà che lo trascende completamente. Lo shock derivante dal confronto con l’inconoscibile è simile a quello provato da Derrida davanti allo sguardo animale: un riconoscimento della propria finitudine, vulnerabilità e precarietà ontologica. Lovecraft ne fa narrativa, Derrida filosofia, e Nietzsche avverte.
Inoltre, il concetto di mostruosità è centrale. Nietzsche ci avverte che chi combatte i mostri rischia di diventare mostro a sua volta; Lovecraft ci mostra che chi cerca di comprendere gli Antichi o gli spazi proibiti rischia la follia. Derrida, invece, suggerisce che il mostruoso può essere la via per il nuovo, se affrontato con apertura e compassione: l’incontro con ciò che è incomprensibile non è necessariamente una condanna, ma può essere l’inizio di un cambiamento ontologico profondo.
Questo dialogo tra filosofia e narrativa è anche un modo per comprendere le paure contemporanee. Le guerre mondiali, la tecnologia incontrollata, i cambiamenti climatici e le manipolazioni genetiche evocano l’idea che l’umanità stia perdendo contatto con la propria essenza. L’orrore lovecraftiano diventa allora un prisma attraverso cui interpretare le ansie della modernità: non sono solo fantasie, ma riflessioni sulla fragilità della nostra razionalità e sul rischio di degenerazione morale e ontologica.
Infine, questo confronto evidenzia un tema spesso trascurato: l’orrore non è solo esterno, ma intrinseco all’uomo. La paura dell’ignoto è la paura della propria natura più profonda, della parte di noi stessi che non possiamo controllare o comprendere pienamente. Lovecraft crea mostri esterni, Nietzsche avverte del mostro interno, Derrida invita a incontrare il mostruoso come possibilità di rinascita. Tutti e tre ci dicono che il terrore nasce dall’ignoranza e dalla vulnerabilità, ma mentre Lovecraft rimane nell’oscurità, Derrida intravede un potenziale di luce attraverso la comprensione.
In sintesi, ecco come l’orrore lovecraftiano si intrecci con riflessioni filosofiche profonde: l’abisso della coscienza, la tensione tra razionalità e natura animale, e la possibilità di trasformazione. Lovecraft non è solo un autore di racconti terrificanti, ma un interprete letterario delle paure ontologiche moderne. L’abisso che i suoi personaggi affrontano non è solo fisico o fantastico, ma profondamente esistenziale: un confronto con ciò che rende l’uomo umano, e allo stesso tempo fragile e insignificante.
