L’orrore cosmico e le radici bibliche della narrativa lovecraftiana
1: Dall’antico testamento al terrore lovecraftiano
La narrativa di H.P. Lovecraft è spesso considerata la quintessenza del terrore cosmico: un’umanità insignificante in un universo ostile, dominato da entità incomprensibili e antiche. Tuttavia, per comprendere appieno la portata delle sue opere, è utile risalire alle radici di questo orrore, che non sono nate nel ventesimo secolo, ma affondano nelle profondità della tradizione biblica.
Il Libro di Giobbe, uno dei testi più enigmatici della Bibbia ebraica, anticipa molte delle inquietudini che Lovecraft avrebbe esplorato secoli dopo. In Giobbe, l’umanità è posta di fronte a un cosmo dove il male e la sofferenza non sono eccezioni, ma regole fondamentali di un ordine incomprensibile. Giobbe stesso è descritto come il “Perseguitato”, vittima di un disegno divino che lo sottopone a sofferenze indicibili, dalla perdita dei familiari e dei beni materiali fino a malattie devastanti. Qui, il male non è solo morale o sociale, ma ontologico: è radicato nell’essenza stessa dell’universo. Lovecraft, allo stesso modo, immerge i suoi personaggi in realtà in cui la malvagità non è casuale o metaforica, ma parte integrante della struttura cosmica.
Il testo biblico presenta anche figure che anticipano i “mostri” della narrativa lovecraftiana. Satana, o l’Avversario, appare come un intermediario del divino, incaricato di testare la fedeltà dell’uomo. Tuttavia, al di là di questa figura, il Libro di Giobbe parla di entità primordiali come Distruzione (ἡ ἀπώλεια) e Morte (θάνατος), esseri senzienti corrotti e degenerati, che possiedono una memoria solo parziale di ciò che Dio conosce completamente. Questi elementi rivelano un universo popolato da esseri al di là della comprensione umana, un tratto che Lovecraft riprenderà con i suoi Grandi Antichi e altre entità preternaturali.
Un altro elemento fondamentale della Bibbia è la narrazione dei “Veglianti” (Watchers), esseri che insegnano agli uomini arti proibite e corrompono l’umanità. Questi racconti anticipano l’orrore della conoscenza proibita, un tema ricorrente in Lovecraft: i suoi personaggi spesso si imbattono in verità così vaste e incomprensibili che la loro mente crolla di fronte alla rivelazione. La saggezza umana, infatti, non è sufficiente per comprendere il cosmo; è questa limitazione cognitiva che genera il terrore.
L’orrore lovecraftiano è anche epistemologico: non si tratta solo di mostri fisici, ma di ciò che la mente umana non può pienamente comprendere. Qui entra in gioco la filosofia del sublime di Immanuel Kant, che distingue tra il sublime matematico e il sublime dinamico. Il primo è suscitato dalla contemplazione della grandezza, della vastità, o della complessità infinita; il secondo, dal confronto con forze che minacciano di distruggerci. Lovecraft padroneggia entrambi: la contemplazione dei ciclopici templi e delle antiche città sommerse genera meraviglia, mentre l’incontro con gli esseri cosmici, come Cthulhu, suscita terrore. La mente non può razionalizzare questi fenomeni; deve subirli, intuendoli pre-razionalmente, proprio come suggerisce Kant.
Un altro filo conduttore tra Giobbe e Lovecraft è l’assenza di un deus ex machina consolatorio. Nel libro biblico, Dio appare solo alla fine, in tutta la sua maestà terribile, e Giobbe non riceve mai risposte chiare sul perché della sua sofferenza. Analogamente, nei racconti lovecraftiani, il divino – se esiste – è distante, indifferente o addirittura ridicolo agli occhi dell’uomo. La vita umana è fragile, effimera e insignificante, e il terrore nasce proprio dalla consapevolezza di questa impotenza cosmica. In entrambi i casi, il lettore sperimenta una sospensione morale e ontologica, in cui le leggi tradizionali di bene e male non si applicano più.
Lovecraft prende inoltre spunto dalla tensione tra conoscenza e ignoranza. Come Giobbe, i suoi protagonisti sono spesso studiosi, investigatori o esploratori, persone che cercano di comprendere l’universo attraverso la ragione. Ma, come nella teologia biblica, questa ricerca è destinata al fallimento: la conoscenza non porta alla salvezza, ma all’orrore. La mente umana, limitata e fragile, può solo intuire frammenti di verità, e ogni tentativo di ricomporre il quadro completo minaccia di provocare la follia.
Infine, il mito lovecraftiano si radica nella storia della religione e della filosofia morale, ma lo trascende, creando un universo sovrapposto a quello umano, dove gli dei e i demoni non sono necessariamente benevoli o malevoli nel senso tradizionale. Qui il male non è solo un’azione, ma una condizione ontologica: esiste come proprietà fondamentale del cosmo, una costante con cui l’umanità deve fare i conti.
In sintesi, Lovecraft non ha inventato l’orrore cosmico, ma lo ha reinterpretato alla luce di secoli di tradizione religiosa e filosofica. Giobbe ci insegna che l’innocente può soffrire senza motivo apparente, e Kant ci mostra che il sublime trascende la comprensione razionale. Lovecraft combina queste intuizioni in un mondo in cui la coscienza umana incontra l’ignoto, e l’ignoto non è solo incomprensibile: è attivamente indifferente alla nostra esistenza....
