STRANI EONI – Parte II
Il mostruoso, il postumano e ciò che resta dell’uomo
Nella prima parte abbiamo visto come Lovecraft possa aiutarci a immaginare un mondo in cui l’umanità perde la propria centralità cosmica. Ma c’è un nodo che non possiamo evitare: il lato oscuro dell’autore stesso.
Perché se oggi Lovecraft è più attuale che mai, lo è anche nei suoi aspetti più problematici.
Lovecraft viveva l’immigrazione di massa negli Stati Uniti come una minaccia esistenziale: una “sostituzione” demografica che avrebbe cancellato il mondo che conosceva. Questa ansia apocalittica ha la stessa struttura emotiva delle sue storie: la sensazione di trovarsi su un confine, sul punto di essere sopraffatti da qualcosa di altro.
Ed è proprio questa struttura che oggi torna inquietantemente attuale.
Dal mostro biologico al mostro tecnologico
Nel mondo contemporaneo, le paure di “sostituzione” non si concentrano solo sull’etnia. Si spostano verso la tecnologia.
L’intelligenza artificiale che rimpiazza il lavoro umano.
Le modificazioni genetiche che alterano la specie.
Le interfacce neurali che dissolvono il confine tra mente e macchina.
Il linguaggio è simile:
“Ci rimpiazzeranno.”
“Non saremo più necessari.”
“Non saremo più umani.”
Lovecraft può essere letto come un laboratorio di queste paure. Nei suoi racconti, l’umano non viene distrutto per punizione morale. Viene semplicemente superato.
In At the Mountains of Madness, dopo aver scoperto la civiltà degli Antichi, il narratore pronuncia una frase sorprendente:
«Poveri diavoli! Dopo tutto, non erano malvagi… erano uomini!»
Non “erano mostri”.
Erano uomini.
In quel momento avviene qualcosa di straordinario: il confine tra umano e inumano si incrina. L’alterità assoluta diventa oggetto di empatia.
Lovecraft, pur con tutti i suoi limiti ideologici, mette in scena una verità disturbante: ciò che oggi appare mostruoso potrebbe un giorno diventare il nuovo normale.
Il sublime senza consolazione
A differenza dell’Apocalisse cristiana, l’universo lovecraftiano non promette redenzione. Non c’è salvezza, non c’è giudizio finale, non c’è senso ultimo.
C’è solo il sublime.
Il sublime non è semplicemente paura. È quella miscela di terrore e fascinazione che si prova davanti a qualcosa di immensamente più grande di noi.
Le città ciclopiche sommerse in The Call of Cthulhu non sono soltanto spaventose. Sono grandiose. Vertiginose. Attraenti.
Lo stesso potrebbe valere per il postumano.
Molti ricercatori che lavorano sull’intelligenza artificiale o sull’ingegneria genetica descrivono un sentimento ambiguo: entusiasmo e inquietudine insieme. La possibilità di superare la morte, di ampliare l’intelligenza, di condividere coscienze attraverso reti neurali — tutto questo ha qualcosa di irresistibile.
Ma anche qualcosa di irreversibile.
Lovecraft aveva già intuito questa ambivalenza. Nei suoi racconti, coloro che scoprono la verità non riescono a distogliere lo sguardo. L’orrore non è solo respinto. È contemplato.
Gli “indizi emotivi” del cambiamento
Cosa possiamo imparare davvero da Lovecraft?
Non certo una previsione concreta del futuro.
Ma forse un metodo.
Quando il mondo comincia a sembrare: troppo grande per essere compreso, troppo veloce per essere controllato, troppo estraneo per essere familiare, allora potremmo trovarci davanti a un cambiamento strutturale.
Lovecraft ci ha insegnato a riconoscere quel sentimento. Quella sensazione di vivere su una “placida isola di ignoranza” mentre attorno si muovono forze che non capiamo.
Non è necessario che emergano divinità tentacolari dagli abissi.
Basta che la categoria stessa di “umano” inizi a tremare.
E se non fosse una catastrofe?
C’è un’ultima possibilità, la più destabilizzante.
E se il postumano non fosse la fine dell’umanità, ma la sua trasformazione?
E se, come accade al protagonista di The Shadow over Innsmouth, la rivelazione finale non fosse distruzione ma metamorfosi?
Alla fine del racconto, invece di fuggire, il protagonista accetta il richiamo del mare:
«Andrò giù tra loro… e vivrò per sempre.»
Non c’è più orrore.
C’è accettazione.
Forse la vera domanda non è se l’umanità scomparirà.
Ma se sapremo riconoscerci nella sua eventuale trasformazione.
Perché leggere Lovecraft oggi
Leggere Lovecraft nel XXI secolo non significa soltanto apprezzare un maestro dell’orrore. Significa confrontarsi con un pensatore radicale dell’insignificanza umana.
In un’epoca in cui la tecnologia potrebbe riscrivere ciò che siamo, l’orrore cosmico diventa improvvisamente meno metaforico.
Lovecraft ci ha abituati a una verità scomoda: l’universo non è fatto per noi.
La domanda che resta aperta è ancora più inquietante: e se neppure il futuro, se costruito tramite l'Intelligenza artificiale, fosse fatto per noi?